martedì 5 gennaio 2016

Proper maintenance of a diving suit

When you approach a new sport, the first thing to learn is to be familiar with your equipment, you should always take care of it.
Your diving suit - drysuit, neoprene or tri-laminate, two pieces suit (jacket and pants) - is no exception.
The better you keep it, the longer you use it.
There are some things to know about the maintenance of a diving suit, in this article we aim to indicate the main guidelines, which you will then accept according to your personal tastes.

First, a diving suit should be washed after each use!
"Washed" means rinsed in cold fresh water both outside and inside.
The intent is to remove residual salt, the smell of the lake, pool chlorine and wipe the interior well.
It is never advisable to use classic soap, and - especially if the diving suit is in neoprene - liquid soap should not be used either.
You can instead use soaps designed specifically for neoprene suits.
It would be wise to wash the diving suit by soaking in a tub just after the dive so - if you do not live near the dive site - it is advisable to use the tub of the diving center which you have approached.
In the absence of a tub, you can use a basin and help with a shower with an underpowered jet.
Alternatively you can settle for rinsing most of the excess salt (or other) with one or two bottles of water and then wash it properly at home.
The important thing is not to let the diving suit wet and closed in the bag too long, and people who have already made that mistake are well aware of what we're talking about!
Some divers periodically wash the diving suit in the washing machine, even before storing it for the winter period.
Although this is a tempting technique to save time and effort, just remember that the suits are delicate objects, and that in a washing machine they could easily be harmed.
In any case, consider that the diving suit must never get close to heat sources that exceed 40 ° C and it has to be washed with cold water.

Second step: drying.
In order to properly dry a diving suit, hang it, using a coat hanger with broad shoulders, so that the weight of the wet diving suit does not weight on the shoulders of a small surface therefore ruining the inner liner.
When the diving suit is completely dry outside, flip it and let it dry inside.
The diving suit must be hung in the shade, since the UV rays can damage the latex.
Hair dryers or machine dryers should never be used.

When the diving suit is completely dry both inside and outside it's time to store it.

In the case of a diving suit with a zipper, first you must clean between its teeth thoroughly with a brush and lubricate it with paraffin, beeswax, or with the substance provided upon purchase.
Remember not to use as lubricant substances like silicone spray, because the propellant could irreparably damage the zipper.
Open and close the zipper a few times and, if it is located on the back of the suit, leave it open (for example in the case of the Polaris Rofos).
On this third phase there are different opinions: someone wants to see the diving suit hanging and others bent.
In both cases, there are some good rules to keep in mind.
It is advisable to use a little talcum powder on wrists and neck, so that they do not stick.
The diving suit should be stored in a cool, dry place, away from direct sunlight and any exhaust gases (so do not think of a wet basement, the garage or the back of a chip shop!).

If you want to hang it, you can simply use, as mentioned above, a coat hanger with very broad shoulders, to fill well your diving suit.
If you prefer to roll the diving suit to put it on a shelf, you can do it from the shoes, and then wrap it with the sleeves, once finished.
Do not place weights on the diving suit, so that the material is not being pressed.
The only care to use in this case concerns the suits with the zipper, which must be folded so as not to make tight turns and as to remain outside the "roll".
Roll ankles or boots towards the belly if the zip is on the back (as in the Polaris or Hybrid Rofos) and towards the back if the zip is front (as in the case of trilaminate dry suits Rofos).
You can also fit a cylinder of rubber or cardboard inside the "roll", to help with the folds.

In summary:
YES to rinse your suit after each dive in fresh water and cold;
NO residues of salt, chlorine, algae, sweat, etc .;
NO use of soap;
YES to wash and dry both internal and external;
NO to washing machine, dryer, hair dryer, etc .;
NO to direct sunlight, heat sources above 40 ° C, humidity, gas impregnation;
YES to brush the zipper and lubricate with paraffin or beeswax;
NO to silicone spray or similar to the zip;
YES to put the suit either hung with wide hangers or rolled up;
NO zipper folded on itself or crushed.

And what is your experience?
Suggest us other mistakes that must be avoided with a diving suit!

giovedì 26 novembre 2015

La corretta manutenzione di una muta da sub

Quando ci si accosta ad una nuova attività, la prima cosa da imparare è ad aver familiarità con la propria attrezzatura, di cui bisogna sempre aver cura.
La vostra muta, che sia stagna, giacca e pantalone, in neoprene o in trilaminato, non fa eccezione. Meglio la tratterete e più a lungo potrete usarla.
Ci sono alcune cose da sapere sulla corretta manutenzione di una muta, in questo articolo ci proponiamo di indicarne le linee guida principali, che si possono poi declinare secondo i gusti personali del subacqueo.
Innanzitutto una muta va lavata dopo ogni utilizzo!
Con "lavata" si intende sciacquata in acqua fredda e dolce sia fuori che dentro. L'intento è quello di levare residui di sale, l'odore del lago, il cloro della piscina e di pulirne bene l'interno.
Non è mai consigliabile l'utilizzo di sapone classico e, soprattutto se la muta è in neoprene, non va utilizzato il sapone liquido. Si può nel caso ricorrere a saponi ideati appositamente per le mute in neoprene.
Sarebbe bene lavare la muta immergendola in una vasca non appena finita l'immersione, quindi se non abitate vicino al luogo di immersione è consigliabile utilizzare la vasca del diving center a cui vi siete rivolti. In assenza di una vasca è possibile utilizzare una bacinella e aiutarsi con una doccia con un getto non troppo potente. In alternativa si può provvedere a levare il grosso del sale (o altro) con una o due bottiglie di acqua e poi lavarla come si deve a casa. L'importante è non lasciarla bagnata e chiusa nella sacca troppo a lungo, e chi ha già commesso questo errore sa bene di cosa sto parlando!
Alcuni subacquei lavano periodicamente la muta in lavatrice, magari prima di riporla per tutto il periodo invernale. Nonostante questa sia una tecnica allettante per risparmiare tempo e fatica, bisogna ricordare che le mute sono oggetti delicati e di un certo valore che in una lavatrice potrebbero facilmente rovinarsi.
In ogni caso si deve assolutamente tenere conto del fatto che la muta non va avvicinata fonti di calore che superino i 40°C e va quindi lavata con acqua fredda.
Si passa quindi alla seconda fase: l'asciugatura. Per far asciugare correttamente una muta appendetela, utilizzando una di quelle grucce per giacconi con le spalle larghe, in modo tale che il peso della muta bagnata non gravi sulle spalle su di una piccola superficie e quindi rovini la fodera interna. Quando la muta sarà perfettamente asciutta all'esterno, giratela e fatela asciugare all'interno. La muta va appesa all'ombra, in quanto i raggi UV potrebbero danneggiare il lattice. Non vanno assolutamente in nessun caso utilizzati apparecchi come asciugacapelli o asciugatrici.
Quando la muta sarà perfettamente asciutta sia all'interno che all'esterno giunge il momento di riporla.
Innanzitutto nel caso di una muta con cerniera, questa va pulita per bene con uno spazzolino tra i dentini della zip e lubrificata con paraffina, cera d'api, o con la sostanza fornita al momento dell'acquisto. Aprire e chiudere la cerniera un paio di volte e, nel caso di una cerniera posteriore, lasciarla aperta (per esempio nel caso della Polaris della Rofos). Ricordate di non utilizzare come lubrificante sostanze simili al silicone spray, poiché il propellente potrebbe danneggiarla irreparabilmente.
Qui sulla terza fase i pareri tra subacquei sono divisi su due fronti: chi la vuole vedere appesa e chi piegata. In entrambi i casi ci sono alcune buone norme da tenere presente. E' consigliabile usare un poco di borotalco su polsi e collo, in modo tale che non si attacchino. La muta va riposta in un luogo fresco e asciutto, al riparo dai raggi del sole e da eventuali gas di scarico (non pensate quindi ad una cantina umida, al garage, o al retro di una friggitoria!). Se volete appenderla potete semplicemente utilizzare, come detto sopra, una gruccia dalle spalle molto larghe, che riempia bene la vostra muta. Se volete invece arrotolare la muta per riporla su di uno scaffale potete farlo a partire dai calzari, per poi avvolgerla con le maniche una volta finito. Non appoggiate pesi sulla muta, in modo tale che il materiale non si schiacci. L'unica accortezza  da utilizzare in questo caso riguarda le mute con cerniera, che deve essere piegata in modo da non fare curve strette e da restare esterna al "rotolo". Portate quindi i calzari verso la pancia se la cerniera è sulla schiena (come nella Polaris della Rofos) e verso la schiena se la cerniera è frontale (come nel caso delle stagne Rofos). Si può anche inserire all'interno del "rotolo" un cilindro di gomma o cartone, per meglio aiutarsi con le pieghe.

Riassumendo:
SI a sciacquare la muta dopo ogni immersione con acqua dolce e fredda;
NO a residui di sale, cloro, alghe, sudore, etc.;
NO all'utilizzo di sapone;
SI a lavare ed asciugare sia interno che esterno;
NO a lavatrice, asciugatrice, asciugacapelli, etc.;
NO a luce diretta del sole, fonti di calore sopra i 40°C, umidità, gas impregnanti;
SI a spazzolare la cerniera e lubrificare con paraffina o cera d'api;
NO a silicone spray o simili sulla cerniera;
SI a riporre la muta sia appesa con grucce larghe sia arrotolata;
NO a cerniera piegata su se stessa o schiacciata.

E la vostra esperienza qual è?
Suggeriteci altri errori da non commettere con una muta!

domenica 29 settembre 2013

Stop alla morìa di delfini nel Santuario dei Cetacei

Questo articolo è stato modificato dopo la prima pubblicazione.
 
Buone notizie: si è interrotta la morìa di cetacei, sopratutto Stenelle, che si sono spiaggiati sulle coste del Mar Tirreno da Gennaio ad Aprile 2013.
I nuovi rapporti elaborati dalla Banca Dati Spiaggiamenti e dagli Istituti Zooprofilattici Sperimentali stabiliscono che “il numero di spiaggiamenti registrati è rientrato nelle medie degli anni precedenti, e quindi abbiamo motivo di credere che il fenomeno si sia esaurito”.
Nonostante il morbillivirus del delfino sia stato riscontrato solo nel 30/40% dei corpi analizzati, rimane l’ipotesi più probabile della morìa, che ha interessato una popolazione di stenelle giovani, con età comprese tra i 7 e i 20 anni (96% delle carcasse analizzate), cioè animali nati dopo la morìa del 1990-92 determinata da morbillo e quindi sprovvisti di anticorpi specifici per difendersi da questa malattia. 

"Ieri (26-03-2013) in Toscana si è spiaggiato il corpo di una balenottera di 17 metri. Ennesimo brutto segno: negli ultimi mesi sulle coste del Tirreno si sono spiaggiati quasi 80 esemplari di stenella (un tipo di delfino).
Le cause di questi decessi sono ancora sconosciute, anche se ad un primo parere sembrano dovute a malattie."

Ancora più preoccupante è il fatto che tutto questo si svolge all'interno del Santuario dei Cetacei! "Ci troviamo in un'area protetta, eppure non esistono regole per limitare l'inquinamento proveniente dalla costa e il traffico marittimo.
Purtroppo l'accumulo di agenti inquinanti può debilitare questi animali tanto da abbassarne le difese immunitarie e renderli suscettibili a infezioni che possono anche causarne la morte" afferma Giorgia Monti, responsabile della Campagna Mare di Greenpeace.
Lo stesso sostiene Giuseppe Notarbartolo di Sciara, ecologo marino, di cui si può leggere il parere nel post "Come (non) è finita: la moria di delfini nel Tirreno continua".
 AttribuzioneNon commercialeNon opere derivate Alcuni diritti riservati greenkayak73
"Non si tratta di grandi numeri considerando che la popolazione si conta in decine di migliaia di esemplari, ma dobbiamo ricordare che le carcasse rivenute sulle spiagge sono solo una parte del totale. [..]
In secondo luogo: l'omogeneità del campione, composto integramente da stenelle striate, in grandissima parte adulte. Questo rende qualsiasi ipotesi di agente esterno acuto e diretto (per esempio uno sversamento in mare di materiale tossico oppure rumore) estremamente – se non del tutto – improbabile, perché tale agente esterno avrebbe plausibilmente coinvolto differenti specie di animali marini, oltre che differenti fasce di età delle stenelle."
Nel 2010 le analisi effettuate sulle sogliole pescate in Liguria e in Toscana avevano rivelato la presenza di idrocarburi policiclici e metalli pesanti. Purtroppo in questo senso non sono stati fatti molti altri controlli pubblici. Sono stati invece effettuati svariati test sulle sogliole da parte di Greenpeace che confermano un grave inquinamento da mercurio in queste zone.
"È ora che le Regioni Toscana e Liguria si attivino davvero per tutelare il Santuario dei Cetacei. Greenpeace da tempo ha indicato quale dovrebbe essere la strada da percorrere, ma nonostante la promessa di un tavolo tecnico fatta nel 2011 dai Presidenti delle Regioni, ad oggi ancora nulla è stato fatto. E queste morti ne sono la triste conseguenza" conclude la Monti.

Esiste un solo calamaro gigante

 
Il calamaro gigante popola da sempre le leggende legate al mare, ma solo da alcuni anni siamo riusciti a studiarlo nel suo habitat naturale.
L'ultimo studio svolto riguardo a questa misteriosa creatura ha dimostrato che esisterebbe una sola specie di calamaro gigante (Architeuthis), contrariamente a quanto ipotizzavano alcuni ricercatori. 
In questo studio, pubblicato su Proceedings of the Royal Society "B", si afferma che le differenze riscontrate nel Dna mitocondriale di 43 esemplari trovati in diversi Paesi dall'Australia alla California, non sono rilevanti. 
IL fatto che, nonostante la diversa provenienza dei calamari, i campioni di Dna siano incredibilmente simili fra loro suggerisce che facciano parte della stessa specie e che quindi il calamaro gigante sia un animale altamente migratore, o che disperda la prole sfruttando le correnti.
Foto tratta da Flickr AttribuzioneNon commercialeNon opere derivate Alcuni diritti riservati a Product of Newfoundland

martedì 9 aprile 2013

Quanto mangiano gli squali bianchi!

"Quantificare il fabbisogno energetico degli animali in natura è fondamentale per la comprensione fisiologica, comportamentale, e dell'ecologia dell'ecosistema, tuttavia per le specie più difficili da studiare, come i grandi squali, i tassi di assunzione delle prede sono in gran parte sconosciuti". È la motivazione che si legge sul nuovo studio riguardo l'alimentazione del grande squalo bianco.
Quest'ultimo studio, svolto vicino all'Isola di Nettuno, nel Sud dell'Australia, ha portato a risultati molto diversi rispetto ai precedenti: si pensava che il Carcharodon Carcharias avesse un fabbisogno energetico di 30 kg di cibo ogni mese e mezzo, ma a quanto pare questi basterebbero appena per 12/15 giorni.
Calcolando i tassi metabolici derivati dalle stime della velocità di nuoto, si è scoperto quindi che sono diverse volte più alti di quanto precedentemente proposto. Inoltre lo studio ha evidenziato una chiara strategia di predazione in favore delle colonie di foche durante il periodo in cui ci sono i cuccioli.
La ricerca è stata promossa da Jayson Semmens dell'Institute for Marine and Antarctic Studies (IMAS) dell'University of Tasmania, in collaborazione con il South Australian Research and Development Institute (SARDI) dell'Università del Nuovo Galles del Sud e la Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO), poi pubblicata su Nature - Scientific Reports.

venerdì 5 aprile 2013

Guerra al Mondo di plastica

Boyan Stan è un 19enne olandese che sta destando molto interesse in questi giorni per aver ideato un progetto molto credibile per pulire l'oceano dalla plastica. Tanto interessante da parlarne perfino al TEDxDelft. Il ragazzo aveva presentato la sua idea durante la discussione della tesina per il diploma.
Partiamo però dal problema "plastica in mare": milioni di tonnellate di plastica sono finite, e continuano ad arrivare, in mare dagli anni '50 a questa parte. Questa plastica col tempo, trascinata dalle correnti, si è accumulata in alcuni "punti" dell'oceano più calmi degli altri. Parlo di "punti" perché a furia di accumularsi per oltre 60 anni la plastica ha ormai formato delle vere e proprie isole galleggianti: il Pacific Trash Vortex ha ormai una circonferenza di 2500 km, è profondo 30 m e ha raggiunto i 3,5 milioni di tonnellate di peso, più o meno.
La plastica uccide tramite entanglement milioni di animali all'anno. Purtroppo il problema è molto più grave: la plastica non si biodegrada, ma si fotodegrada. Questo vuol dire che col tempo un pezzo di plastica in mare, per azione dell'acqua ma soprattutto del sole, si riduce in piccoli pezzetti fino ad arrivare a scomporsi in molecole. Queste molecole però sono troppo complesse per scomporsi ulteriormente e tornare allo stato di elementi naturali: restano così come sono, della dimensione del plancton.
La plastica in questo modo è entrata a far parte della catena alimentare, arrivando fino all'uomo. Come se non bastasse bisogna contare che queste molecole di plastica si comportano come delle "spugne per veleno" assorbendo alcuni composti chimici molto pericolosi presenti in mare (come PCB e DDT ad esempio), rivelandosi quindi ottimi conduttori di tali veleni attraverso la catena alimentare.
Nonostante i Governi non stiano facendo molto per combattere o risolvere l'inquinamento da plastica nel mare, ogni anno la spesa dovuta a questo problema è immane: perdite nel turismo, cure mediche, danni alle imbarcazioni, (inutile) pulizia delle spiagge...
Bisogna indiscutibilmente ridurre il nostro consumo di plastica e aumentare la quantità di plastica riciclata (si stima che ogni anno venga riciclato solo il 5% della plastica prodotta). Ma bisogna anche trovare un modo per ripulire l'oceano da quella plastica che, appunto, non è biodegradabile.
Le raccolte fatte finora, tramite reti o setacci, non hanno portato molto lontano: è un metodo troppo lungo e dispendioso. L'idea di Boyan Stan è radicalmente diversa: costruire una piattaforma fissa con delle "braccia" galleggianti che convoglino la plastica verso il centro. In questo modo la piattaforma non avrebbe bisogno di consumare molta energia per catturare la plastica perché questa verrebbe trasportata dal movimento naturale del Pacific Trash Vortex (se la montagna non va a Maometto, Maometto va alla montagna).
Inoltre la piattaforma potrebbe trarre energia dal sole e dal moto ondoso o delle correnti. L'uso di braccia piuttosto che di reti non metterebbe in pericolo gli eventuali pesci o animali che si potrebbero imbattere in esse. La plastica raccolta e destinata al riciclaggio potrebbe ipoteticamente portare addirittura ad un guadagno tale da superare il costo del progetto!
Questo però è ancora in fase di studio, anche se sembra davvero promettente, e si dovranno attuare ancora numerosi test per sormontare non pochi problemi logistici. Per esempio il progetto pilota dovrebbe rivelare se l'ipotesi che il plancton non si accumuli insieme alla plastica è vera o se si deve procedere all'ideazione di una centrifuga per separarli.
Si stima inoltre che si possa riuscire a recuperare in cinque anni circa 7 milioni e 250 mila tonnellate di plastica, ossia un terzo di quella presente in mare, ma sono già in atto altri due test per verificare. Purtroppo bisognerà tener conto che comunque ben il 70% della plastica che finisce in mare ogni giorno è molto densa e per questo affonda.
Insomma c'è ancora molto lavoro da fare. Per questo sono aperte alcune posizioni lavorative come per esempio quella per esperti di idrodinamica, ingegneri o biologi marini esperti di plancton! Occorre inoltre raccogliere dei fondi e sicuramente un aiuto per diffondere il progetto. Qui trovate tutte le informazioni http://www.boyanslat.com/plastic4/ .
Indubbiamente fa incredibilmente piacere ricevere una buona notizia come questa quindi...condividete!!

mercoledì 13 febbraio 2013

Record per l'immersione nelle acque più fredde

Alcuni subacquei russi hanno effettuato per la prima volta un'immersione sul fondo del lago Labynkyr in Jacuzia (o Yacutia) nella siberia orientale, considerato uno dei più freddi del pianeta.
I dieci subacquei fanno parte del dipartimento tataro di ricerche sottomarine della Società geografica russa (www.int.rgo.ru): sette si sono occupati dell'organizzazione tecnica, tre si sono immersi.
Uno dei subacquei è Aleksandr Gubin, con più di tremila immersioni e almeno vent'anni di esperienza, il coordinatore del dipartimento è l'esploratore subacqueo Andrej Agarkov.
Il giorno dell'immersione, 1 febbraio 2013, la temperatura esterna era di meno 46 gradi, quella dell'acqua di 2 gradi e l'immersione è durata 23  minuti.
L'immersione aspira adesso ad un posto nel Guinnes dei Primati perché è l'immersione con autorespiratore effettuata nelle condizioni più fredde. Il pericolo di questo tipo di immersione è proprio lo sbalzo termico subito dai subacquei quanto dalle sttrezzature.
Il lago Labynkyr si trova a 100 kilometri dal centro abitato di Ojmjakon in Jacuzia. Il bacino idrico sta a 1020 metri sul livello del mare, mentre la sua profondità è di circa 52 metri.
Secondo le leggende locali, sul fondo del lago vive un mostro; per pacificarlo prima dell’immersione dei sub, uno sciamano ha eseguito un particolare rito.
Durante l’immersione, la squadra ha raccolto campioni di acqua e terra da analizzare.

venerdì 8 febbraio 2013

Grandi novità per l'archeogia subacquea

Questo articolo è stato modificato dopo la prima pubblicazione.
Stanno procedendo bene le rilevazioni del progetto Thesaurus (TecnicHe per l’Esplorazione Sottomarina Archeologica mediante l’Utilizzo di Robot aUtonomi in Sciami) di cui abbiamo parlato ormai un anno fa. Questo progetto è stato realizzato dai dipartimenti di Ingegneria Industriale e dell'Informazione di Firenze in collaborazione con la Normale e co il CNR e finanziato dalla Regione Toscana.

Thesaurus ha inoltre portato a due spin-off, di cui uno è Arrows (Archaeological RObot systems for the World's Seas), coordinato sempre dall'Università di Firenze e finanziato dall'Unione Europea.

I robot utilizzati per questi progetti sono degli AUV (Autonomous Underwater Vehicle) e sono stati ideati per rilevare, documentare, censire e monitorare siti archeologici sottomarini, relitti e reperti isolati sommersi fino a trecento metri di profondità. Questi robot si muovono in sciame, dialogando tra loro attraverso modem a ultrasuoni. Sono inoltre dotati di apparecchi sonar e telecamere, scansionare il fondale marino e rendere i dati fruibili in modo analogo a Street View e Google Maps, e di un ecografo per verificare la presenza di reperti al di sotto dei sedimenti. Tifone, uno dei tre robot utilizzati per il progetto Thesaurus per esempio, è lungo 3,7 m, pesa 170 kg, può superare i 5 nodi di velocità e ha un'autonomia di 8 ore. I costi di produzione e manutenzione sono contenuti, adatti agli attuali finanziamenti per la ricerca.

lo sviluppo di procedure di visualizzazione tridimensionale dei siti esplorati dai robot autonomi, e integrare tali visualizzazioni con informazioni di carattere storico-archeologico, per creare un vero e proprio ambiente virtuale interattivo che permetterà agli appassionati una visita virtuali di relitti situati a centinaia di metri sotto i mari
Per entrambi i progetti si è scelta come sede per i test l'isola d'Elba, ed in particolare il relitto "dei piatti", nave da carico del 1700, che verrà scansionata mediante sonar, telecamere e laser per ricostruirne la struttura tridimensionalmente.



Un altro progetto ambizioso e unico nel suo genere è l'ideazione di un percorso archeologico subacqueo.
Il progetto è stato ideato dal Laboratiorio del Mare della struttura MarlinTremiti ed è in attesa dell'approvazione da parte della Soprintendenza dei Beni Archeologici per la Puglia, dall'Ente Parco del Gargano ed dal Comune delle Isole Tremiti.
L'idea sarebbe quella di sviluppare alcuni percorsi di immersione dedicati alla scoperta dei ben undici siti archeologici di grande interesse individuati attorno alle Isole Tremiti e del bellissimo fondale. Valorizzare il patrimonio storico archeologico e naturale delle isole quindi, attraverso il loro incredibile potenziale turistico, promuovendo l'attività subacquea in modo responsabile.
Gli undici siti potranno accompagnare il subacqueo attraverso più di 2.000 anni di storia, dalla nave Oneraria Romana del I secolo a.C. al piroscafo a ruote "Lombardo" utilizzato da Garibaldi per la Spedizione dei Mille, al B24 della II Guerra Mondiale.
Solamente per il "Lombardo" sono stati previsti tre percorsi differenti, e uno di questi è proprio il primo ad essere realizzato. Lo si è scelto per la sua posizione e profondità: le parti più interessanti del piroscafo si trovano tra gli 8 e i 10 metri di profondità, quindi raggiungibili anche dai subacquei meno esperti e addirittura da chi volesse fare snorkeling.
Un altro interessante percorso previsto è quello ideato per i subacquei non vedenti: sarebbe il primo percorso subacqueo archeologico di questo tipo.
Nel progetto sono inoltre stati inseriti la realizzazione di una sala museale multimediale che consentirebbe la visione dei siti archeologici anche da parte di chi ... non si volesse bagnare! Questa consentirebbe anche l'organizzazione di eventi, incontri e convegni a tema per invogliare il turismo anche durante la bassa stagione.
Non sono previsti più di 6/8 mila euro per la realizzazione dell'intero progetto, considerando il supporto gratuito del Laboratorio del Mare.

martedì 5 febbraio 2013

Spedizione subacquea in Antartide per i 10 anni di "Pianeta Mare" della Mediaset

Come avevamo raccontato Roberto Palozzi, il regista e ricercatore del programma, ha raggiunto l’Antartide.
E questo è il risultato: la puntata del 20 Gennaio di "Pianeta Mare".
www.video.mediaset.it/video/pianeta_mare/full/369546/puntata-del-20-gennaio.html



Nuova spedizione subacquea al Polo Sud di Roberto Palozzi per celebrare i 10 anni di vita di “Pianeta Mare”.
Partirà lunedì prossimo, 22 ottobre, la nuova avventura polare di Roberto Palozzi, il regista e ricercatore reatino che questa volta raggiungerà l’Antartide con una troupe...
Partirà lunedì prossimo, 22 ottobre, la nuova avventura polare di Roberto Palozzi, il regista e ricercatore reatino che questa volta raggiungerà l’Antartide con una troupe Mediaset per realizzare due puntate molto speciali della nota trasmissione di Rete 4, “Pianeta Mare” e per registrare una serie di documentari (anche subacquei).
È la prima volta in assoluto che le telecamere di Mediaset sbarcano al Polo Sud e quanto questo evento sia tenuto in considerazione dall'azienda del biscione è testimoniato anche e soprattutto dalla partecipazione alla spedizione del Capostruttura Marco Campione, responsabile di “Pianeta Mare” e di tanti altri programmi di successo come “Zelig” o “Colorado”.
Per Palozzi, ormai un veterano delle spedizioni polari, si tratta del quarto ritorno tra i ghiacci perenni dell’Antartide, ma ancora una volta tutto sarà nuovo e molto stimolante: « Non corro certo il rischio – specifica il regista reatino – di ripetermi o annoiarmi e non solo perché il Polo Sud è una realtà talmente grande e sconosciuta che non basterebbero 1000 spedizioni per conoscerlo appieno, quanto piuttosto per il fatto che la mia nuova missione antartica ha una serie di obiettivi molto ambiziosi. Questa produzione Mediaset così importante e costosa, infatti, è nata per celebrare, con immagini davvero fuori dal comune, il traguardo prestigiosissimo dei primi 10 anni di vita di “Pianeta Mare”; e per farlo avrò a disposizione una troupe di superprofessionisti e mezzi “quasi” cinematografici».
La novità più grande, però, riguarderà la parte subacquea della spedizione: per la prima volta, infatti, Palozzi proverà ad immergersi sotto i 3 metri di spessore di ghiaccio della calotta polare utilizzando il rebreather, una macchina ultramoderna a controllo elettronico che ricicla il gas respirato e non emette bolle: «Dall’utilizzo del rebreather mi aspetto molto perché spero che mi consentirà di avvicinare maggiormente e più a lungo le foche in immersione e realizzare, così, immagini veramente uniche. Certamente usare queste macchine sofisticatissime a 75° di latitudine sud, sotto il ghiaccio e a temperature così basse avrà anche un valore di test molto importante per la comunità internazionale dei subacquei, in particolare per quelli che, come me, si interessano di subacquea scientifica».
Tra i vari obiettivi ci sarà anche quello di raggiungere in elicottero i capanni costruiti a inizio ’900 dagli epici esploratori della corsa al Polo Sud (Shackleton, Amundsen e Scott) e filmare le testimonianze delle loro incredibili avventure, perfettamente preservate fino a oggi dal gelo perenne.
Gli impegni professionali di Palozzi non termineranno, però, con la fine della spedizione polare; al rientro in Nuova Zelanda, infatti, la troupe Mediaset si trasferirà nella spettacolare regione dei fiordi (quegli stessi luoghi dove sono stati realizzati “Il Signore degli Anelli” e le “Cronache di Narnia”) per girare altri documentari subacquei.
Tutte le puntate di “Pianeta Mare” e i documentari realizzati durante la spedizione saranno trasmessi su Rete 4 a partire da gennaio 2013.
Si possono seguire gli aggiornamenti della spedizione in tempo reale sulla pagina Facebook “Erebus Productions“.

"Davide e Golia" di Octavio Aburto

Si è concluso a dicembre il concorso fotografico Nat geo Usa 2012 del National Geographic.
Tra i vincitori appare una foto di Fransisca Harlijanto, scattata vicino all'isola di Komodo, in Indonesia.
Tra le foto dei partecipanti è però degno di nota anche uno scatto del fotografo naturalista Octavio Aburto, catturato nei fondali sabbiosi di Cabo Pulmo all'interno del National Park in Messico. Gli è stato dato il titolo “David and Goliath” poiché riprende un'enorme nuvola di pesci Jack, uniti in un incombente “tornado” che contrasta con la piccola figura del sub, David Castro.
I pesci Jack, o Bigeye trevally o Bigeye Jack (o ancora meglio Caranx sexfasciatus) sono pesci che vivono in grandi gruppi e che si riuniscono spesso nelle acque calme e riparate. In questo caso però la foto è stata scattata durante quel fenomeno detto "spawning" comune a molti pesci, ossia il rituale della riproduzione dove migliaia di esemplari si radunano per rilasciare e fecondare le uova.
Il National Park in Messico è parco dal 1995 e la Baia di Cabo Pulmo è situata all’estremità della Baja California sul Mar di Cortez, circa 60 miglia a nord del più noto Cabo San Lucas.
Ecco il video girato in occasione dello scatto.

martedì 29 gennaio 2013

Ghost fishing: cosa fare se si trova una rete fantasma

Questo articolo è una libera traduzione e interpretazione di:
"Underwater entanglement: prevention, avoidence and resolution"

La settimana scorsa abbiamo parlato del fenomeno del Ghost Fishing e di un'associazione (la Ghost Fishing appunto) che si dedica al problema. Il rischio di rimanere imprigionati in una rete fantasma non è certamente una cosa che capita spesso. Resta comunque molto importante sapere come evitare una simile situazione. E se si rimane impigliati è estremamente importante sapere come liberarsi.
Questa settimana quindi parliamo di come prevenire, evitare o risolvere il problema, tre aspetti molto diversi tra loro, ma ugualmente importanti.

Prevenire
Il rischio di rimanere impigliati, aumenta esponenzialmente in alcuni ambienti di immersione: quelli condivisi con le barche dei pescatori. Alcuni esempi possono essere le scogliere artificiali o naturali e i relitti, luoghi in cui l'alta concentrazione di pesce attira sia i pescatori che i visitatori subacquei.
Fortunatamente esistono siti di immersione protetti, parchi, e iniziative che incentivano gli operatori subacquei a rimuovere le reti che trovano durante l'immersione.
Nonostante le reti da pesca siano il principale motivo di intrappolamento, ci sono altri modi in cui un subacqueo può rimanere bloccato sott'acqua e aree circoscritte o passaggi stretti sono i due più comuni.
Il miglior modo in cui un sub può evitare di impigliarsi è quello di imparare a riconoscere ed evitare i pericoli.

Evitare
Mantenere alta l'attenzione riguardo l'ambiente da cui si è circondati è importante tanto quanto il tenere d'occhio le barche quando si è in superficie e il monitorare la profondità e la propria scorta d'aria.
Facciamo l'esempio di un subacqueo che si sta godendo un'immersione su una barriera corallina.
Un compagno di immersione scorge vicino ad una tana una grande cernia tropicale e gli fa segno di raggiungerlo in fretta. Per non perdersi l'evento il subacqueo decide di precipitarsi verso l'amico, nuotando in linea retta, incurante della matassa di lenza che si frappone tra i due e rimanendovi impigliato.
Il primo errore, che sia colpa del subacqueo o di chi avrebbe dovuto addestrarlo, è stato non prestare attenzione all'ambiente circostante. AttribuzioneNon commerciale Alcuni diritti riservati a thinkpanama
Nonostante la regola sarebbe di stare sempre lontani dalle reti, potrebbe succedere che ci si trovi in un percorso obbligato e dover nuotare per forza vicino ad essa. In questo caso è consigliabile nuotare sopra la rete piuttosto che passarci sotto. E non per scaramanzia!
L'attrezzatura sulla schiena infatti (valvole delle bombole, lacci, etc.) comporta molte più probabilità di rimanere impigliati, mentre passando sopra la rete si hanno un maggior controllo e visuale.
Per lo stesso motivo, se invece si sta nuotando attraverso un passaggio stretto, è meglio cercare di mantenersi più possibile verso il fondo. Le distanze sott'acqua sono ingannevoli, il passaggio potrebbe sembrare più alto di quanto in realtà non sia!
Se si nota una rete bisogna sempre avvertire subito il proprio compagno di immersione e passare uno alla volta in modo tale da essere liberi nel caso l'altro si trovi in pericolo.
Si consiglia anche, per ridurre al minimo il pericolo, di semplificare il più possibile la propria attrezzatura, eliminando accessori inutili e fissando bene tutti gli altri.

Risolvere
Torniamo all'esempio di prima.
Il subacqueo è rimasto impigliato alla matassa di lenza, l'amico se ne accorge e abbandonando la cernia maculata gli si avvicina.
Il primo impulso del subacqueo è quello di voltarsi per vedere che cosa lo sta trattenendo. Questo in realtà non fa che peggiorare le cose. L'amico quindi cerca di fermarlo e di farlo calmare. L'aria nelle bombole è preziosa e respirare troppo velocemente può rivelarsi molto pericoloso. Mantenere la calma è ancor più importante se si è in apnea.
Sempre restando abbastanza distante, cerca la posizione da cui vedere meglio il problema. Dopo, e solo dopo, si avvicina con cautela. Quando, come in questo caso, il colpevole è una rete o una lenza, si deve procedere con un coltello subacqueo o delle cesoie.
Se per esempio ci si è immersi con le bombole e non si può attirare l'attenzione del compagno di immersione né si riesce a raggiungere la fonte del problema, si può cercare di scivolare lentamente fuori dal proprio jacket, e quindi risolvere il problema con una visuale maggiore. Attribuzione Non commerciale Condividi allo stesso modo Alcuni diritti riservati a Saspotato.
Sarebbe anche opportuno fare esercizio ed essere preparati a questo tipo di evenienza quando ci si immerge.

Una volta emersi
Una volta tornati a riva, qualsiasi pericolo si sia avvistato (una rete, una lenza, un rifiuto pericoloso..) ci si deve rivolgere alla Guardia Costiera perché possano procedere con la rimozione.
A meno che non si faccia parte di un gruppo organizzato ed esperto non si deve tentare di rimuovere l'oggetto da sé.
Se invece si sta rimuovendo una rete bisogna prestare la massima attenzione, e stare attenti a portare ogni frammento a riva o sull'imbarcazione, senza lasciarne di galleggianti.

E voi avete mai avvistato una rete fantasma? Avete mai rischiato di rimanere intrappolati sott'acqua? Quali sono le vostre esperienze?

mercoledì 23 gennaio 2013

Ghost fishing: combattiamo insieme



Ormai di questi video se ne sono visti tanti. Subacquei che liberano pesci, delfini, tartarughe, uccelli rimasti intrappolati in pezzi o sacchetti di plastica (diventando vittime di entanglement, di cui abbiamo già parlato in un altro articolo) o, ancora più spesso, reti.
Non stiamo parlando di tutti quegli animali che vengono pescati per errore insieme ai pesci che troviamo dal pescivendolo (come capita troppo spesso a tartarughe e soprattutto squali), stiamo parlando delle reti fantasma, quelle reti che si spezzano o vengono abbandonate in mare e che dopo essersi spostate in balia delle correnti si incagliano sul fondale e fanno ogni anno centinaia di migliaia di vittime.

Il fenomeno è quello del Ghost Fishing, ed è proprio questo il nome di un'organizzazione non-profit nata nel Mare del Nord che si occupa del problema.
Tutta la questione è stata portata all'attenzione del mondo durante la 16° sessione della commissione per la pesca della FAO nel 1985. In seguito al dibattito COFI, il Segretariato FAO ha pubblicato un approfondito studio del problema.
"Siamo una coppia di subacquei relitto fanatici" si legge sul sito di GhostFishing.org "che ha raccolto rifiuti e attrezzi da pesca abbandonati durante i nostri anni di immersioni nel Mare del Nord e dei nostri laghi d'acqua dolce."
Ogni anno, decine di subacquei esperti come loro liberano centinaia di granchi, aragoste e pesci dalle reti da pesca e lenze abbandonate su relitti del Mare del Nord. Ogni anno a molti subacquei nel mondo capita di imbattersi in reti abbandonate.
Nel 2009 questi ragazzi si sono uniti ad un gruppo chiamato "Duik de Noordzee Schoon" e con questa squadra hanno pulito molti relitti nel Mare del Nord. In quel periodo hanno incontrato un folto gruppo di volontari che si è unito a loro e li ha aiutati nella loro missione.
Nel 2011 e 2012 il team "Duik de Noordzee Schoon" ha organizzato due spedizioni di 10 giorni di immersione chiamato "Expedition Dogger Bank". La squadra era formata da esploratori di relitti, biologi e archeologi, nonché fotografi e film-makers. Le spedizioni hanno avuto molto successo e l'organizzazione ha ricevuto un sacco di attenzione da parte dei media nei Paesi Bassi, in Belgio e nel Regno Unito, esponendo il problema del ghost fishing a un pubblico molto più ampio.
Questa organizzazione non-profit raccoglie, motiva e appoggia i -per fortuna- molti progetti e iniziative analoghi iniziati da altri subacquei in tutto il mondo. Sono infatti alla continua ricerca di collaboratori per proseguire i progetti attivi o crearne di nuovi, di volontari subacquei intenzionati ad aiutare rimuovendo fisicamente le reti abbandonate, ma anche fotografi e film-makers che aiutino a promuovere l'associazione, enti che si occupino del riciclaggio delle reti stesse e dei piombi, etc.
Ne fanno parte subacquei esperti e ben addestrati, perché bisogna ricordare che queste restano attività molto pericolose e quindi tutti i volontari sono tenuti a seguire determinate norme di sicurezza e procedure, ed avere un'adeguata formazione ed esperienza. L'organizzazione suggerisce più precisamente di seguire un corso specifico del sistema di immersione GUE (Global Underwater Explorers).

Stiamo rovinando il nostro mondo, per fortuna c'è anche chi, ogni giorno, fa qualcosa di concreto per migliorarlo -> www.ghostfishing.org/category/news/.

martedì 22 gennaio 2013

Un sub fa importante scoperta archeologica in Russia

Nella Regione di Samara in Russia il pescatore subacqueo Dmitrij Golubev ha trovato sul fondale del fiume Bol'šoj Kinel' i resti di un essere umano e di animali preistorici.

Il fiume Bol'šoj Kinel' è un luogo molto popolare per la pesca subacquea a Samara perché è ricco di pesci.
Sul fondale Dmitrij Golubev ha trovato il teschio di un bufalo, la mascella di rinoceronte ricoperta di pelo, la gamba di un mammut e il teschio di un cervo a più corna. Il teschio del rinoceronte si trova in uno stato di conservazione unico nel suo genere.
Dmitrij Varenov, principale collaboratore scientifico del museo di storia locale della Regione di Samara sostiene che tutto questo insieme di animali sia legato alla cosiddetta fauna dei mammut, cioè a quel genere di animali che vivevano nello stesso habitat.
Ma notizia più importante è che insieme agli animali è riemerso anche un teschio umano: è una grande rarità quando si riesce a trovare nello stesso luogo resti di animali e di uomini primitivi.
A breve cominceranno gli scavi archeologici che attireranno nella zona oltre agli appassionati di pesca subacquea anche archeologi professionisti, geologi e paleontologi.

mercoledì 16 gennaio 2013

Grandi novità all'acquario di Genova

La Costa Edutainment per l'Acquario di Genova ha investito quasi 26 milioni di Euro nella realizzazione di un Padiglione dei Cetacei.
La nuova gigantesca vasca a cielo aperto per delfini, che sarà pronta in primavera, è stata progettata dal Renzo Piano Building Workshop, e con i suoi 23 metri di altezza, 94 di lunghezza, 30 di larghezza e 3200 metri cubi di volume, arricchirà di un buon 50% l'area aperta al pubblico.
La vasca è stata ideata per ospitare fino a nove esemplari e si svilupperà su due livelli, con un percorso esterno ed una galleria subacquea, in modo da poter ammirare i delfini da diversi punti di vista.
Saranno qui ospitati quindi, insieme ai due delfini di Genova, anche i quattro delfini che si trovano attualmente a Gardaland, che smetteranno di esibirsi.
Il progetto bene si abbina al Puc di Genova che ha portato finora all'apertura del cinema, di nuove aree ristorazione e che nel 2013 vedrà anche l'apertura di "Wow! Genoa Science Center" nei Magazzini del Cotone.
Durante gli scavi per il posizionamento della vasca però sono stati portati alla luce numerosi importanti reperti risalenti all'età in cui i Fenici attraccavano nelle acque antistanti l'antichissima Genova.
Le "solite" anfore, ma anche stoviglie, semi, cibo, strumenti di legno, ben conservati grazie alla stratificazione della sabbia.
I reperti saranno probabilmente esposti nel nuovo padiglione a lavori terminati.
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mercoledì 19 dicembre 2012

Bando per l'apertura di un diving center della Regione Sardegna

Questo articolo è stato modificato dopo la prima pubblicazione.

E' stato nominato il vincitore del bando per l'affidamento di alcuni immobili della Regione Sardegna sull'Isola dell'Asinara volti all'insediamento di un diving center.

L'Isola dell'Asinara è stata nei secoli oggetto di interesse per diversi popoli, motivo di battaglie, lazzaretto, carcere di massima sicurezza ed, infine, Parco Nazionale. Oggi è una meta di turismo, grazie allo splendore della natura ancora quasi incontaminata: all'interno per la flora e la fauna caratteristiche ma soprattutto sulla costa, per le spiagge bianche e l'acqua cristallina.
Nel Piano del Parco si legge della protezione di alcune aree specifiche, tra cui le aree urbane Cala d'Oliva, La Reale e Trabuccato. Proprio Cala d'Oliva è oggetto di un'iniziativa volta al riuso e alla valorizzazione degli immobili presenti sull'isola. L'iniziativa è inoltre volta alla protezione dell'ambiente nel Parco, all'incremento del flusso turistico e altresì a portare lavoro in Sardegna.
L'agenzia conservatoria delle coste della Sardegna è stata incaricata da Giorgio Oppi, assessore per la Difesa dell'Ambiente, di valutare e attuare una strategia in merito. Dalle verifiche svolte è risultato che una delle iniziative più in accordo con il rilancio del turismo sarebbe la creazione di un diving center.
E' stato così indetto un bando per l'affidamento della struttura, la cui commissione era composta dal direttore della Conservatoria delle coste, Alessio Satta, dal direttore del Parco Nazionale dell’Asinara, Pierpaolo Congiatu e da un funzionario dell’Agenzia, Veronica Pilia.
Per individuare la locazione ottimale scelta tra gli immobili esistenti, sono stati valutati diversi parametri tra cui il minimo consumo possibile delle risorse ambientali e la massima qualità dell'insediamento.
Il diving center avrà quindi a disposizione quattro locali ristrutturati che si affacciano direttamente sul porticciolo, uno dei quali destinato all'alloggio del personale. Una delle peculiarità del nuovo diving center infatti sarà quello della residenzialità sull’Isola dell’Asinara dei suoi istruttori e delle sue guide.
Dovrà inoltre occuparsi di attività di didattica subacquea ricreativa, escursioni snorkeling, immersioni subacquee con autorespiratore, noleggio dell'attrezzatura subacquea necessaria, ricarica bombole, ma soprattutto di attività di educazione ambientale e della realizzazione di progetti specifici volti a scuole e turisti.
Sono stati valutati positivamente per i partecipanti al bando la possibilità di organizzare corsi di apnea, attività subacquee per persone con disabilità e la presenza nel team di istruttori o guide specializzate in biologia e gestione delle risorse marine costiere.
Hanno partecipato al bando due gruppi di cui ha vinto con punteggio 88/100 la Ass. Sportiva Dilett. Cala d’Oliva Diving Center, composta da un istruttore di apnea con didattica Apnea Academy, un istruttore di specialità “biologia marina”, un istruttore ARA di II grado F.I.P.S.A.S., una guida con brevetto ESA Diveleader e aiuto istruttore F.I.P.S.A.S., una guida subacquea Divemaster, una guida subacquea Divemaster e brevetto HSA, un istruttore Scuba Schools International e istruttore Associazione Subacquei Portatori di Handicap e un istruttore di specialità in biologia marina e master Universitario “ISN informatore scientifico della natura in ambienti marini” e istruttore PADI “ARA Speciality Instructor”. Per la parte relativa alla biologia marina sono coinvolte due figure: un laureato in scienze dell’ambiente e produzioni marine, istruttore subacqueo ARA e un laureato in Gestione ambiente e territorio- sistemi marini. Una delle peculiarità del nuovo Centro Diving sarà quello della residenzialità sull’Isola dell’Asinara dei suoi istruttori e delle sue guide.
Il Cala d'Oliva Diving Center aprirà nella primavera del 2013.
Immagine con Alcuni diritti riservati ad asibiri su Flickr

mercoledì 12 dicembre 2012

Mappatura degli habitat "deep-sea" a rischio

Alcuni ricercatori del Plymouth University Marine Institute, del Marine Biological Association, e del British Geological Survey hanno realizzato una prima serie di mappe degli habitat più vulnerabili delle profondità marine, fra cui le barriere coralline che prosperano in acque fredde e le colonie di spugne.
I coralli d'acqua fredda, come i loro cugina d'acqua calda, provvedono a fornire un'importante fonte di cibo e un rifugio per molte specie ma, a differenza loro, possono sopravvivere senza luce. Esistono molte barriere coralline d'acqua fredda e la maggior parte di queste si trovano al di sotto dei 200 m sotto il livello del mare. Le colonie di spugne si possono trovare invece a profondità anche di 1300 m sotto la superficie e sono anch'esse, non occorre dirlo, molto importanti per l'intero ecosistema.

Questa prima mappatura riproduce una zona con un'area pari a più del doppio della superficie dell’Italia, situata nelle acque dell’Atlantico nord-orientale, e per realizzarla è stato utilizzato un complesso processo di modellazione per delimitare e tracciare l’area interessata. E' inoltre servito un modello predittivo per trovare questi habitat particolari, secondo alcuni complessi parametri come la temperatura dell'acqua, la profondità e le formazioni rocciose.
Rebecca Ross, una ricercatrice della Plymouth University ha detto "Anche se il processo matematico è complicato, il principio è molto semplice: visto che conosciamo le condizioni che si trovano in una determinata barriera, possiamo utilizzarle per individuare altri luoghi che abbiano la stessa combinazione di condizioni e in cui sia più probabile trovare un'altra barriera. L'utilizzo di modelli predittivi è un passo fondamentale per la conoscenza dei fondali oceanici poiché questi sono così vasti e i costi così alti che sarebbe impossibile sperare di esplorarli tutti."


Il progetto servirà per calcolare la percentuale di coralli e spugne che potrebbero essere tutelate da una rete di protezione proposta dal Marine Protected Areas, l’ente del governo inglese preposto alla difesa dei mari.
Il Dr Kerry Howell, responsabile del progetto, ha detto "Abbiamo mappe migliori della superficie di Marte che di alcune parti delle profondità del nostro mare, ma questo [progetto] segna l'inizio di un nuovo processo e il primo passo verso la comprensione del mondo marino come non era mai successo finora."
La prima mappatura purtroppo ha dimostrato come solo il 30% delle barriere coralline e solo il 3% delle colonie di spugne verrebbero protette dalla proposta di legge.

Lo studio è stato pubblicato sul Diversity and Distributions journal.

mercoledì 5 dicembre 2012

Ocean Revival, nuovi relitti per un reef tutto da scoprire

E' arrivato alle fasi conclusive il progetto Ocean Revival che prevede sostanzialmente la creazione di una barriera corallina artificiale nell'Algarve, costa sud del Portogallo. Una volta ideato, presentato e approvato il progetto e individuato il luogo più adatto, la marina militare portoghese ha donato quattro navi dismesse, che sono state pulite e appositamente affondate in modo da creare la barriera artificiale.

Project calendar
Lo scopo principale del progetto è quello di incrementare il turismo della zona creando una meta super ambita per gli appassionati di immersioni subacquee. Allo stesso tempo la nuova barriera fornirà un nuovo prezioso strumento agli studiosi della biologia marina che monitoreranno lo sviluppo del nuovo habitat fin dal principio. 
La barriera si trova al largo della località di Portimao, lungo il lato est delle barriere artificiali di Alvor. Le navi sono state affondate ad una batimetrica di 26-32 m e hanno quindi un minimo di 15 m d'acqua sopra di esse. Il primo relitto, della Zambeze, dista un miglio dall'area di ancoraggio e più di tre miglia dal porto di Portimao e dista due miglia dalla costa. Le navi sono state affondate ad una decina di metri l'una dall'altra. 
Il luogo è stato scelto non solo perché strategicamente adatto allo sviluppo turistico grazie alle numerose infrastrutture già presenti (è raggiungibile in aereo, ha intorno un'ampia gamma di alloggi e di altre attività ludico-sportive..) ma anche per le caratteristiche del mare ideali per la proliferazione della barriera e per le immersioni (acque tranquille tra i 14 e i 22 °C per 300 giorni l'anno). 

Le quattro navi donate dalla marina militare portoghese sono:
Ocean Revival
-la pattuglia ZambezeOcean (292 tonnellate, 44 metri di lunghezza e 8 di larghezza);
-il Oliveira e Carmo Corvette (1430 tonnellate, 85 metri di lunghezza e 12 di larghezza);
-il Carvalho Almeida Idrografico della nave (1320 tonnellate, 64 metri di lunghezza e 12 di larghezza);
-la fregata Hermenegildo Capelo (2,700 tonnellate, 102 metri di lunghezza e 12 di larghezza).

Queste quattro navi che ora formano la più grande barriera artificiale del mondo con condizioni ottimali di proliferazione e la più grande barriera artificiale in Europa, prima di essere immerse sono state accuratamente pulite da tutte quelle sostanze che potevano essere dannose per l'ambiente e per i subacquei in visita. La pulizia ha richiesto sei mesi ed è avvenuta in conformità con le norme della convenzione OSPAR. Se ne è occupata la Canadian Artificial Reef Consulting, una società specializzata con alle spalle già altri 23 affondamenti deliberati per la costituzione di barriere artificiali. 
Il progetto si concluderà nella primavera del 2013 con l’affondamento di altre due imbarcazioni, una fregata e una nave idrografica.

mercoledì 28 novembre 2012

Colonie di gorgonie nelle acque del porto di Genova

A Genova dal 25 Ottobre al 4 Novembre si è svolto il Festival della Scienza.
Splendida iniziativa, ricca di eventi ed emozioni. Tra questi si è svolto anche uno speciale laboratorio didattico "UnderWaterFront - Viaggio nella vita sommersa del porto di Genova" con sorpresa.
L'evento organizzato dall'Istituto di Scienze Marine del CNR, in collaborazione con molti altri enti, consisteva in un "documentario in diretta" in cui il video operatore dotato di microfono veniva guidato dai giovani partecipanti. Nella sala operativa erano stati messi a disposizione alcuni microscopi e campioni da analizzare.
Mentre l'operatore subacqueo Luca Tassara realizzava le riprese del "documentario in diretta" guidato dai ragazzi nel laboratorio, si è imbattuto in una colonia di colorate e floride gorgonie che prospera a 14 metri sotto la superficie saldamente aggrappate ad un muro in cemento.
A quanto pare appartengono alla specie delle Leptogorgia Sarmentosa che si trova solitamente nel Mar Mediterraneo e nell'Oceano Atlantico tra i 20 e i 300 metri di profondità. Prediligono posti dalle acque torbide, ricche di nutrimento ed esposte alle correnti, ma evidentemente non disdegnano nemmeno le inquinatissime acque del porto di Genova.
AttribuzioneNon commercialeCondividi allo stesso modo Alcuni diritti riservati a Nataraj Metz su Flickr.it

mercoledì 21 novembre 2012

Trovato il teschio fossile di un capodoglio preistorico

Nel deserto Ica in Perù è stato ritrovato il teschio fossile di un capodoglio risalente a 12-13 milioni di anni fa. 
I ricercatori del Natuurhistorisch Museum di Rotterdam in Olanda che lo hanno scoperto nel 2008 hanno deciso di battezzarlo "Leviathan Melvillei" in onore del classico di letteratura "Moby Dick" di Herman Melville. 
Questo capodoglio apparterrebbe, secondo l'articolo pubblicato su Nature, a una specie ormai estinta che non era ancora stata rivelata. 
Il teschio è lungo 3 metri e si stima che l'intero animale avrebbe potuto raggiungere approssimativamente i 18 metri, come un moderno capodoglio
Quello che stupisce però è la dimensione dei denti: 36 cm di lunghezza per 12 cm di larghezza, il che vuol dire che non solo supera di ben 10 cm il più lungo dente di capodoglio attuale mai misurato, ma che è forse uno dei più grandi denti di predatore mai ritrovati finora. 
Questo esemplare probabilmente è vissuto nel Miocene, condividendo gli oceani con gli squali giganti dell'epoca e cibandosi di balenottere più piccole di lui, che arrivavano ai 10 metri di lunghezza, più piccole e molto diverse dalle attuali megattere.
Il teschio è stato trasportato in uno dei tanti musei di Lima, capitale del Perù.
La scoperta ha anche dimostrato come già nel passato i capodogli avessero quella tipica forma della testa dovuta agli "organi dello spermaceti", ossia il contenitore dell'olio e cera tanto preziosi nei secoli scorsi. Attualmente si ipotizza che questi organi servano per la galleggiabilità durante le immersioni, ma potrebbe darsi che in passato servissero invece come "arma" nei combattimenti tra maschi, o per l'ecolocazione.

mercoledì 14 novembre 2012

Nuovo metodo green per la sintetizzazione della silice

Un vaso in vetro o ceramica, una fibra ottica e un transistor hanno tutti in comune una cosa: la silice.
Il biossido di silicio, o più semplicemente silice, è uno dei materiali più abbondanti in natura, e viene sintetizzato in modo naturale da molti organismi. Per esempio le spugne, grazie a una proteina chiamata Silicateina, riescono a innescare il processo di sintetizzazione e poi guidarne la crescita in strutture ordinate che utilizzano per costruire il proprio "scheletro". Quello che viene tolto dalle spugne naturali prima che vengano vendute, per intendersi. 

Ciò nonostante, per uso commerciale viene tutt'oggi sintetizzato dalla silice pura in fornaci elettriche che utilizzando elettrodi al carbonio possono arrivare a superare i 1900 °C. Questi metodi -spesso ciò che si ottiene dalle fornaci deve ancora essere purificato- impiegano temperature elevate e soluzioni caustiche che li rendono inquinanti e costosi.
I ricercatori dell'Istituto di Nanotecnologie del CNR di Lecce in collaborazione con quelli dell'Università di Mainz (Germania) hanno da poco scoperto, in uno studio pubblicato su Nature Scientific Reports (Optical properties of in-vitro biomineralised silica) come riprodurre in laboratorio il processo naturale di sintetizzazione della silice delle spugne.



Models of silicatein.
Questo metodo, già in fase di brevettazione, utilizza una variante sintetica della Silicateina e tecniche di nanolitografia, per ottenere microfibre artificiali simili a quelle delle spugne. Dario Pisignano, coordinatore della ricerca, spiega che strutture di questo tipo potrebbero venire utilizzate in micro-dispositivi portatili, o lab-on-a-chip, come guide ottiche per la luce e in tutti quei casi in cui è necessario trasportare segnali luminosi in spazi molto ridotti ma con estrema precisione.
Il prossimo traguardo sarà quello di studiare metodi per controllare al meglio la crescita delle strutture ordinate per formare nuove geometrie e ottimizzare le caratteristiche ottiche ed elettroniche di questo nuovo materiale, la biosilice sintetica.
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